Invisibili in missione ad Atene

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Prendete un InVisibile scelto a caso, questa volta è toccato a me, mettetelo su un aereo e speditelo ad Atene a parlare della situazione della disabilità in Italia alla 5a conferenza internazionale su mass media e disabilità promossa dal Segretariato generale dell’informazione e comunicazione ellenico che si è svolta il 13 e 14 marzo.

 

di Simone Fanti
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Sorpresa parlerà la stessa lingua del luogo. Certo non il greco, bensì una lingua fatta di esclusione delle persone con disabilità e di lotta per veder soddisfatti i propri diritti. Il primo invito fuori dai confini italiani per il blog del Corriere della sera, a raccontare dell’esperienza di questi due anni. Sono partito per raccogliere idee, consigli, gli economisti le chiamerebbero best practice, e storie per arricchire il nostro carnet, sul taccuino rimangono alcuni concetti che i lettori di questo blog conoscono bene. Quasi a conferma del detto popolare “Italia-Grecia, una faccia una razza” e della sensazione piacevolissima di sentirsi come a casa per l’accoglienza sempre calorosa.

Le disabilità, però, a qualunque latitudine ci si trovi, hanno lo stesso colore. Cambiano certamente le possibilità economiche, maggiori al Nord e inferiori man mano si scende verso l’equatore, per mettere “in sicurezza” le situazioni più complesse, ma la rabbia e le frustrazioni sono le stesse. Anzi in Grecia, dove la crisi ha battuto ancora più pesantemente che in Italia, questa aggressività è più evidente e si palesa non appena un volto pubblico, un rappresentante dello Stato, osa salire su un palco. Le lamentele non risparmiano il servizio pubblico televisivo accusato di dare poco spazio alle persone con disabilità, di scegliere le storie più commuoventi, per far crescere lo share, piuttosto che offrire un servizio utile e realmente integrante, o di relegare i programmi dedicati in fasce orarie non proprio appetibili. Non ditemi che vi ricorda da vicino l’Italia. Vi assicuro che parlavano della tv greca che ci batte per l’uso copioso della sottotitolazione. Molti dei programmi, non di produzione locale, in onda sulle reti televisive greche, infatti, non vengono tradotti, ma sottotitolati. Un risparmio in termini economici che sicuramente favorisce i non udenti. La percentuale è consistente se paragonata a quella disponibile in Italia. E la tv greca ci batte anche per la presenza di un newsmagazine tv, chiamato Sesto senso, condotto da una persona non vedente, Giorgios Beliris, che parla di disabilità con un piglio innovativo e servizi di qualità.

L’accessibilità dei mezzi d’informazione e intrattenimento è speculare a quella dei luoghi pubblici e delle città. Molti edifici sono stati resi accessibili ad Atene, mentre fuori città la situazione peggiora. E per favore non stupitevi se una comoda rampa di accesso ad una chiesa in pieno centro conduce a due gradini per accedere alla chiesetta. Così non passa inosservata la proposta della docente di diritto internazionale dell’università della Macedonia, Paroula Naskou-Perraki: “perchè non inseriamo l’accessibilità nell’elenco dei diritti universali dell’umanità?”. E sì in Grecia come in Italia fioriscono regole, norme e leggi per favorire l’accessibilità e la vita dei disabili, ma poi rimangono sulla carta. Sul tema le fa da sponda un’altra giurista Haris Tsingou che suggerisce di evitare “di arrovellarsi nella creazione di nuove normative, si possono copiare le migliori leggi dei paesi limitrofi, ma bisogna poi farle applicare”.

La sensazione che la Conferenza non si trovi ad Atene, ma in Italia, si fa sempre più forte man mano che passano le ore. Altri esempi? Il linguaggio e la contestazione per il termine – che spero di riportare nella forma corretta – Amea, che indica le persone con disabilità. Voilà, sostituitelo con l’equivalente italiano diversamente abile e otterete la stessa reazione arrabbiata di alcuni e la silenziosa accettazione di altri che pensano che sia più importante la sostanza della forma. E ancora il lavoro, che non c’è per nessuno: sono oltre 1,4 milioni i greci disoccupati. Pur essendo prevista per legge una percentuale alta di presenza di categorie speciali favorite nell’inserimento al lavoro- nel pubblico si aggira intorno al 25% – molti disabili sono stati licenziati. Come il collega Nikos Perdikaris, giornalista con disabilità, attualmente disoccupato, che chiede di essere assunto “non perchè appartenente a una categoria protetta, ma per quanto vale come professionista”.

E mentre l’Agora si svuota, mi colpisce una frase che i greci ripetono spesso: debirasi (in italiano non importa). Forse per qualcuno è così, ma il pubblico sembra intenzionato a non spegnere i riflettori sulla disabilità.

http://invisibili.corriere.it/

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