Banchte Sheka, un viaggio solidale

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In Bangladesh alla scoperta del paese dell’acqua e della ONG fondata da Angela Gomez

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Suona la sveglia, è presto; come ogni mattino, passa qualche secondo, prima che riacquisto conoscenza sul dove mi trovo.

Postato da Talith

Sono trascorse un po’ più di due settimane, dall’inizio di questa nuova avventura; ho già visitato Mumbai, gran parte del Rajasthan e sono finalmente approdata a Jessore, in Bangladesh.

Guardo fuori dalla finestra, la natura è rigogliosa, viva, di un intenso verde, nutrita dall’acqua che filtra da ogni dove. Lo sguardo si sposta sulle spoglie pareti della mia stanza, sulle verdi tende scolorite, i bassi letti di legno, la scrivania, la specchiera e il piccolo carello di metallo, su cui è appoggiata una televisione dei primi anni novanta. Chiudo gli occhi, immagazzino i particolari e scatto una fotografia mentale: Stanza a Banchte Sheka.

Una banale è semplice mail, è stata la motivazione della mia partenza; Kenya, Pakistan India e infine Bangladesh, destinazioni apparentemente casuali, ma sempre scaturite da una mail; una mail su cui mi sono soffermata più a lungo.

Quante mail riceviamo ogni giorno? Save the Date per cocktail, matrimoni, aperture di negozi e vendite; ed è proprio, una di queste mail, a portarmi fin qui.

Casualità o destino? Forse destino, forse ci sono dei paesi che ci attendono sul nostro cammino. La mail era per una vendita solidale, di Associazione per Sewa, ONG Italiana, a favore di due organizzazioni: Sewa Lucknow in India e Banchte Sheka in Bangladesh.Decido di informarmi; cosi scopro, che da più di dieci anni, Vannozza della Seta, sua madre Roberta e Alessandra Borletti, fondatrici di Associazione per Sewa, sostengono i progetti delle due ONG, attraverso una vendita annuale dei prodotti da loro realizzati.

Decido di partire; la vita e fatta d’incontri, di persone, e sono proprio le persone che incrociamo, a cambiare il percorso dai noi intrapreso. Banchte Shekha, ONG fondata da Angela Gomez nel 1976 (www.banchteshekha.org), si trova a Jessore, meno di un’ora di aereo dalla capitale, Dhaka; quattro strade congestionate, palazzi in via di costruzione, poche macchine e tanti rickshaw, ma soprattutto acqua, ovunque. Per strada gli uomini ti guardano con insistenza, esclamando “foreigner – straniero”, come fossi un qualcosa d’insolito, un qualcosa di raro per i loro occhi.

Ho intrapreso questo viaggio, fino in Bangladesh, per incontrare Angela Gomez, nominata per il premio Nobel per la Pace nel 2005, per visitare la sua organizzazione e vedere il lavoro da lei intrapreso. Ero curiosa di conoscerla, di capire come una donna cattolica, in un paese musulmano, è riuscita a diventare “leggenda”. Non ho atteso a lungo, un qualcosa di lei traspare dalla sede di Banchte Shekha e dalla “guest house” al suo interno, la mia nuova casa.

Dopo dieci giorni in viaggio per l’india, dopo dieci giorni frenetici, nei quali il tempo, nonostante l’intensità delle giornate, non sembra mai abbastanza; la “guest house” mi appare un rifugio; un luogo di pace dal trambusto quotidiano; un’oasi silenziosa, con le sue molte piante e il suo stagno d’acqua salmastra, che la circonda.

Un luogo, come una casa, incarna le persone che lo abitano, assorbe la loro anima e la trasmette, attraverso piccoli dettagli. Bisogna guardare attentamente, non solo con gli occhi, a volte è necessario chiuderli e osservare con il cuore; come dice la celebre frase del libro “Piccolo Principe”: “Non si vede bene che col cuore, l’essenziale è invisibile agli occhi”. Osservi, chiudi gli occhi, guardi col cuore e li riapri; lasci che ciò che ti circondo permei la tua anima, stimoli i tuoi sentimenti e il tuo sguardo; uno sguardo sempre vigile ma diverso.

Così guardo; nonostante non ci sono cartelli che intimano il silenzio e non ci sono regole che lo impongono, le persone scivolano silenziosamente, sussurrando tra di loro. I muri sono ricoperti di poster che incitano le donne a farsi rispettare, che ne elencano i diritti; scritte come “I am a woman, the whole world is field of my battle field” o “Women want equal treatment not sympathy” , rivestono le colonne portanti della struttura.

“Le donne vogliono un trattamento egualitario, non commiserazione” è il principio cui Angela si attiene; come costato a breve, lo staff della sede di Banchte Shekha e della “guest house”, sono persone cui Angela ha offerto il suo aiuto, senza compatirle perché disabili, sorde mute o illetterate ma istruendole, dandogli un lavoro, restituendoli la loro persa dignità.

Angela Gomez è una donna semplice, i suoi occhi sono limpidi come l’acqua che caratterizza la sua terra; a soli sessant’anni, ma ogni anno è stato vissuto con tal energia, da fuoriuscire da una valutazione spazio temporale. E così passo ore, pomeriggi interi, ad ascoltare i suoi racconti, a perdermi nel tempo delle sue storie. Queste chiacchierate sono la chiave per comprendere le sue scelte, il suo lavoro e come Banchte Shekha, è diventata l’organizzazione che è oggi.

Che cosa aveva visto Angela? Aveva visto la povertà, la mancanza d’istruzione, di servizi sanitari e medici, abusi e sfruttamenti, il non rispetto della legge e soprattutto una legge, che contribuiva a rendere le donne inermi, difronte alle violenze subite. Così Angela ha guardato, ha chiuso a sua volta gli occhi, ha ascoltato col cuore e gli ha riaperti, iniziando la battaglia, contro i mali che aveva osservato.

I servizi offerti e i programmi di Banchte Shekha sono molti, ma soprattutto innovativi, in un paese considerato in via di sviluppo: dal famigerato Micro Credito a corsi di IT – Information Tecnology, da un centro per la riabilitazione di bambini e adulti disabili a corsi di artigianato per gli stessi, dall’educazione dei bambini dei villaggi disagiati al sostegno economico della comunità, dalla creazione di gruppi lavoro per potenziare le capacità artigianali delle donne e per fornirli un reddito alla creazione di organizzazioni locali, a sostegno delle donne e dei loro diritti, a un centro per la prevenzione per il cancro al seno, dai servizi di assistenza legale a corsi di addestramento civico della polizia, per una collaborazione efficace.

Immersa in questa nuova realtà, rompo  il silenzio, guardo il sorriso sui volti di molte donne e ascolto le loro storie. Mi adagio nella tranquillità, della mia piccola oasi e mi converto alla semplicità della sua vita; ritrovo i valori veri, che a volte, il mondo consumista e materiale nella quale viviamo, ci fa dimenticare.

In sella a un motorino, diretta a un villaggio di pescatori, assaporo la libertà; quella libertà data dalla contemplazione della natura: le risaie a perdita d’occhio, il verde lussureggiante, il vento nei capelli, mi riporta ai miei 14 anni, alla trasgressione nel non usare il casco, al sole sulla pelle. Arrivata, vedo un villaggio semplice, povero; povero per la nostra accezione occidentale, povero per la mancanza di comodità e servizi cui noi, siamo ormai abituati. Un villaggio, cui ho già fatto l’abitudine, nei miei viaggi in Kenya: nessuna elettricità o acqua corrente, pozzi e lampade al kerosene, nessun sistema fognario, case di fango e rami, con tetti di paglia e lamiera; case di una sola stanza.

Accolta dai bambini della pre-school (asilo), accolta dai loro sorrisi, dai loro sogni sul divenire adulti: chi voleva essere un pilota, chi un dottore, chi un poliziotto o una maestra; accolta dai colori, dalla bellezza dei visi dei suoi abitanti; guardo con superficialità, mi lascio incantare dal bello.

Tornata alla “guest house”, scopro che il villaggio che ho vistato, non solo è parte del programma: “Education for All”, che permette a 175 bambini, provenienti da diversi villaggi, di studiare, ma è anche una delle 5 comunità disagiate, che Banchte Shekha cerca di innalzare dallo stato di miseria, in cui verte. Io non avevo visto la mancanza di educazione della popolazione adulta, la problematicità di acquistare risorse primarie senza mezzi di trasporto e avendo come negozio, un’unica microscopica capanna di fango, non avevo visto la necessità di costruire case, che non si trasformassero in puro pantano durante i monsoni, non avevo visto l’impossibilità di un’auto-sufficienza economica, scaturita dall’inammissibilità di pescare nel lago vicino, a causa di un recente divieto governativo. Un non villaggio di pescatori, abitato da persone che sapevano solo pescare, ed io ero stata travolta dai sorrisi, dai colori, dalla loro avvenenza. Forse quando viviamo contornati dalla miseria, come nei periodi da me trascorsi a Nairobi, lavorando come volontaria nelle baraccopoli, forse ci abituiamo a tale povertà; cerchiamo di coglierne la speranza, il positivo, per non farci travolgere dal cinismo, dalla convinzione dell’impossibilità di cambiare le cose.Nei primi giorni a Banchte Shekha avevo conosciuto Angela, Shourove il suo braccio destro e Lipi, una ragazza di 25 anni, che segue la produzione  dei vari gruppi lavoro del Handicraft Center; la mia ombra , mi aiuta a comunicare, a interfacciarmi con le svariate realtà della ONG. Adesso era il turno di Kanta, fisioterapista del centro di riabilitazione; anche lei portatrice di handicap, a soli 8 anni aveva perso una gamba, per la somministrazione di un medicinale anti-malarico, che le aveva fermato il flusso sanguineo. Conoscerla mi ha dato speranza, speranza per i bambini disabili, che ogni mattino si recano a Banchte Shekha, per la loro terapia giornaliera. Non solo bella e sorridente, Kanta si muove con tale grazia e naturalezza, che difficilmente potevo immaginato, ciò che le era accaduto.

L’ascolto parlare e nel frattempo temo il mio prossimo incontro; l’incontro con i bambini del centro. Sarei stata capace di interagire con loro? Non ne ero tanto sicura. Incerta nell’approccio, partecipo alla terapia giornaliera; gli fotografo e lentamente trovo il mio spazio, all’interno del loro piccolo gruppo. Gli osservo e loro, a loro volta, osservano una persona con tratti somatici differenti, con un colore di pelle diversa, ma i bambini sono bambini e a loro queste cose non interessano; hanno la capacità di andare oltre l’involucro dell’apparenza, quell’involucro che nasconde il nostro essere. Sono accolta con entusiasmo e a breve ho i miei primi “amici”; come loro non vedono alcuna differenza, tra me e le altre donne lì presenti, io non vedo più i loro handicap, vedo solo il loro essere bambini, bisognosi d’amore e di attenzione.  I bambini hanno sempre qualcosa da insegnarti; privi di qualsiasi infrastruttura sociale, sono dei pozzi di verità.

Penso di essermela cavata bene fin qua. Sono riuscita a intervistare Angela, la vita di Banchte Shekha non è più un qualcosa di estraneo, comunico con i vari membri dello staff, nonostante la mancanza di una lingua comune, ho visitato il villaggio dei pescatori e il centro di riabilitazione; non ero però pronta per ciò che mi attendeva. Sorridente, in compagni di Lipi, assaporo con gioia i cereali, che ho comprato al negozio locale, e che tutti guardano con sospetto; paragonato al riso bianco, alla verdura, all’omelette e chapati doveva sembragli mangime per uccelli, quando arriva Angela in compagnia di una giovane donna. Ci metto qualche secondo a connettere, a mettere a fuoco la scena dinanzi ai miei occhi. Per quale assurdo motivo, Angela aveva deciso di denudare la sua compagna? Smetto di masticare, per lo stupore i miei occhi dovevano sembrare quelli di un bambino, davanti a qualcosa d’incomprensibile. Poi capisco, sotto i vestiti della donna incominciano ad apparire delle cicatrici; metà del viso è bruciato, come parte della testa e ha perso l’uso di una mano. Scopro che gli hanno rovesciato dell’acido addosso; tortura comunemente inflitta, alle donne dai propri mariti.

“Talitha le ho fatte venire qua per te” mi dice Angela; di donne ce ne sono tre: la ragazza con le bruciature, la sua accompagnatrice e un’altra donna. Sono le donne che Angela aiuta, attraverso i suoi progetti di: “Access to Justice and Human Rights” e “Community Initiatives to reduce Violence against Women”.

Per la prima volta, mi sento inerme davanti alla violenza raccontata, davanti al loro dolore e alle molte, troppe lacrime versate. Con una mano, stringo quella della donna davanti a me, con l’altra cerco di trascrivere un qualcosa di sensato. Mi faccio coraggio, e incito la ragazza dalle bruciature a trarre esempio dall’altra donna, che come lei, è stata, maltratta dal proprio marito; di ciò ha fatto la sua forza, per aiutare altre donne, per evitare che subissero le stesse ingiustizie.

Ma che diritto ho di parlare, posso realmente capire, anche solo un frangente del dolore da esse provato? Capire l’umiliazione e le sopraffazioni subite? Io che provengo da una vita così privilegiata e non ho subito violenza in vita, se non un’alzata di voce o un insulto per strada.

Trattengo le lacrime e dopo la penna, impugno la macchina fotografica, per ritrarre i loro volti; questa volta non saranno solamente, una fotografia nella mia mente.

In certi momenti, sarebbe necessario un lasso di tempo, per metabolizzare l’esperienza vissuta, ma il tempo è una merce rara per i viaggiatori; ogni secondo, ogni minuto, ogni ora, acquistano un valore differente. Ho un numero limitato di giorni in Bangladesh, e non posso sprecarli per accettare e per dare un senso, un valore, a un racconto; un racconto di vita discrepante nella sua durezza. Una durezza, che è come un urlo silenzioso, che penetra con intensità nel tuo essere; la vita ti guarda dritta negli occhi, ti sfida, per vedere se ne sei capace; capace di ricevere il dolore e assorbirlo in quanto tale. Un dolore grezzo, senza smussatore. Accetto la sfida e frastornata nella mia emotività, mi ritrovo in macchina diretta alla sede del “Handicraft Center”, in compagnia della stessa Angela.

L’espressione dei volti delle donne alla vista di Angela, i sorrisi di ammirazione, la gratitudine espressa dai loro gesti, restituisce alla mia giornata, una sensazione di pace e di serenità. Una bassa casa di cemento e quattro stanze, è la struttura che ha cambiato la vita di così tante donne. 750, secondo il lavoro commissionato, ricamano per il centro; come il tempo per il viaggiatore, il lavoro per queste donne ha un prezzo inestimabile. Lavorare significa dignità, quella dignità, che anni di soprusi, gli ha portato via. Mi è bastato poco, per affinare il mio sguardo e non lasciarmi più ammagliare; la violenza sarà rimasta fuori dalle porte di questo luogo protetto, ma le sue cicatrici sono visibili, a uno sguardo attento. Le donne che ho incontrato al mattino, provengono da villaggi simili a quelle delle donne del “Handicraft Center”, e anche loro devono fare fronte all’ira dei propri mariti. Stoffe di ogni colore, ricamate con il loro punto tradizionale “ Nakshi Embroidery”, sono la merce di scambio per uno spiraglio di libertà, d’indipendenza, dalle angherie dei propri mariti e dalla povertà in cui vivono. La vendita dei tessuti e dei prodotti realizzati, gli permette di acquistare cibo e animali per diventare autosufficienti; negli anni chi ha risparmiato, chi si è privata quotidianamente di un qualcosa, è anche riuscita ad acquistare un piccolo appezzamento di terra. Le parole di Angela mi tornano in  mente; quando gli ho chiesto, se aveva avuto rimpianti, per la privazione di una vita propria, per non avere avuto dei figli o un marito, mi ha detto: “A volte un seme, deve essere sacrificato per diventare un albero, un albero che con i suoi frutti, può sfamare i bisognosi” Lei aveva rinunciato alla sua libertà per donarla agli altri; era diventata quell’albero, aveva incarnato la vita, offrendola alle molte persone incontrate lungo il suo cammino.

NEL PROSSIMO POST DEL BLOG, L’ALBUM FOTOGRAFICO DEL VIAGGIO IN BANGLADESH DI TALITHA, DI CUI PARTE DELLE EMOZIONANTI FOTOGRAFIE  ANDRANNO ALL’INCANTO PER CHARITY IL PROSSIMO DA A MILANO. SEGUI TALITHA ANCHE SUL SUO PROFILO INSTAGRAM

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