Essere disabili nell’estate del Covid: che vacanze saranno per noi?

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Meno soldi in tasca, spostamenti ridotti e cauti, altre priorità per gli alberghi: ecco come vivo, da persona disabile, l’estate della ripartenza

Dopo lo ‘schianto’ di questi mesi di lockdown, assorbito comunque meglio di molti altri (in una semi-quarantena ci sto sempre), alle porte delle possibili laura santi selfievacanze ho avuto un impeto di rivendicazione: che diamine, io e mio marito Stefano alla programmazione ossessiva delle vacanze – di qualunque svago o attività – siamo  abituati. Cosa cambia, per noi? Alla fine basta adottare le dovute precauzioni, e poi, un po’ di fatalismo: io ho degli anticorpi che neanche Queen Elizabeth… Che bello poi, quando il distanziamento si tradurrà in meno caos e più spazi… Oggi però, passati i primi fervori, come la vivo, da persona disabile, questa estate di ripartenza?

Forse a me e Ste cambierà poco o nulla. Siamo da anni temprati alle lacune del turismo accessibile: richieste sfibranti, inesaudite, sorprese non belle in loco, ‘quel pezzo importante che manca’ e che fa una differenza abissale, dover programmare ogni singolo passo. Chi mi legge sa quanto un particolare, un’accoglienza incompleta, una struttura inadatta, una domanda inevasa facciano la differenza non, ‘tra una vacanza buona e una mediocre’, ma tra il potersi muovere, dormire, lavare, spostare, oppure no. Aggiungerci la “complicazione” del Covid – procedure, dispositivi, distanziamento… – non ci scombussolerà più di tanto.

Però ci sono altri fattori che smorzano il nostro entusiasmo. In primis la maggiore fragilità economica (non certo compensata da 500 euro di bonus vacanze oltretutto di non facile accesso). In questi mesi il lockdown ha significato un impoverimento per Ste, libero professionista alle prese con la crisi post-Covid e mio caregiver, perciò ascrivibile alla categoria degli ‘invisibili’; e per me, che ho dovuto ricorrere sempre più spesso alla riabilitazione privata, a un’assistenza maggiorata per le mie tasche, a visite private laddove la sanità pubblica era per forza di cose bloccata.
Oggi più che a stare sotto l’ombrellone dovrei pensare a riprendere in mano tutto il follow up sanitario in questi mesi congelato (leggi indagine dell’AISM in merito) e che non posso più ignorare. Insomma fra tasche, salute e i rischi di un contagio nient’affatto svaniti, Parigi ma anche un bel soggiorno in patria sembrano allontanarsi. Ma bisogna pur vivere. Soprattutto pensando al tempo rubato dal Covid a una disabilità progressivatempo che non torna più. E allora, via a quest’estate doppiamente complicata, ognuno tenti quel che può, dal viaggio oltralpe (sempre che la compagnia aerea non faccia problemi, visto il divieto del contatto fisico per l’assistenza) ai più tradizionali mare o montagna. Io mi sa che abbandono i voli pindarici – anzi i voli, in generale! – e mi appresto a giri di prossimità, tenendo ferma qualche speranza, per me e per tutti.

Intanto che l’offerta turistica accessibile, già scarsa, non sia ulteriormente ridotta da sospensioni o chiusure per cui, se già prima su 10 strutture ne trovavo 3 consone, oggi avrei alternative risicatissime; che questa offerta non abbia tariffe aumentate a causa dei nuovi adempimenti (resto pure io con gli stessi soldi di prima, se non, appunto, meno); che le normative anti-contagio non siano, all’atto pratico, penalizzanti o escludenti; che non si adduca un nuovo pretesto all’inaccessibilità (“sa, quest’anno abbiamo altre emergenze…”), tale da far scendere ancora più in basso la priorità del turismo per tutti… E di conseguenza, che non debba sbattermi una settimana al telefono, così come faccio per i consueti 15 giorni, per un semplice weekend.

Mi piacerebbe che si pensasse, in questa stagione complicata, con un’ottica inclusiva, da parte di tutti quanti: operatori, certo (che si rendano conto degli ostacoli che abbiamo, non un solo anno, ma tutta la vita) e anche… Gli altri, i turisti senza disabilità: un piccolo “post-it” su ciò che passiamo, sempre.

Giusto per non dover più sentire, riferita da amici albergatori, quella simpatica frase di alcuni ultimi arrivati: “non è che mi darà la stanza disabili, vero?“.

Laura Santi

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