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Ci sono autori che prediligono certe città, e non altre, dove ambientare le loro storie.

di Bruno Izzo

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Si tratta della loro città di elezione, non necessariamente quella natale, comunque è quell’abitato, e la collettività annessa che, per motivi vari, toni, colori e atmosfere proprie, li intriga maggiormente, ne sono naturalmente attratti, se ne sentono profondamente pervasi.
Si compie una malia, la città a loro racconta e a loro si racconta, gli autori ne riportano la voce nelle loro storie, al punto che ne fanno spesso non la sola location, ma la protagonista effettiva del romanzo, stabilmente presente sullo sfondo del narrato, e con quello partecipe e scambievole.
Insieme naturalmente con i suoi abitanti, che vengono alla nostra osservazione esattamente così come sono, e cioè plasmati dalla loro città e dalla vita in lei, che ne influenza con incisività crescita ed evoluzione personale.
Accade così con Napoli nei romanzi di Maurizio De Giovanni, con Aosta in apparenza ma con Roma nella sostanza nelle storie di Antonio Manzini, con Bologna nei noir di Carlo Lucarelli, comprende l’intera regione siciliana nei libri del maestro Andrea Camilleri.
Milano è la vera protagonista assoluta di questo bel libro “Vieni come sei” di Claudia Maria Bertola, una storia che definire un giallo è estremamente semplicistico e riduttivo.

Già solo il titolo è indicativo, sottolinea ben altro: la scrittrice è una signora di alta classe che qui discorre di una città a lei analoga per caratteristiche.
Milano è città, e regione, di un livello eccelso, e come tale accoglie tutti, il ricco ed il povero, il grande imprenditore affermato, quello rampante in divenire, l’anonimo delivery che macina chilometri e tutto osserva senza parere, il clochard fuori di testa, il poeta ed il contadino, ognuno vi nasce e vi giunge così come è, viene come è, nella sua peculiare essenza, e poi la città li assorbe, li cura, li trasforma, li plasma, li restituisce a sé con altri aspetti, altre sembianze, mantenendone però i tratti peculiari, secondo un’alchimia ed un intendimento noti a lei sola.
La metropoli meneghina è riportata qui con notevole efficacia ed intensità, esattamente, non come appare ma come in effetti è, ritratta ai giorni nostri, soprattutto in un periodo suggestivo come sa essere l’immediata antivigilia del Natale, che ne rende ancora più evidenti le mille contraddizioni, gli estremi, le distonie, gli eccessi nel bene e nel male.
Tutti elementi alla base, tutti insieme, e proprio per questo, del suo fascino: l’avvenenza, la grazia, l’attrazione che esercita la città su chiunque la percorri, decorrono fianco a fianco con un certo fastidio, un disagio, una forma di repulsione a stento celata per luoghi degradati, reietti disperati, azioni e reazioni sciagurate o provvidenziali, per cui tutto il complesso di incongruenze contribuisce a creare un mix di occasioni e situazioni, risorse e alternative, prospettive ed impossibilità.
Milano è bellissima perché offre tutto ed il contrario di tutto, e di questo la Bertola fa romanzo, direi di più, ne fa un ottimo romanzo, una bella trama riportata anche meglio, non una favola a lieto fine ma un racconto moderno con un esito soddisfacente.
Un romanzo di buona lettura, scorrevole, affatto una prosa fatua o melliflua bensì incantevole, avvincente, lineare, con personaggi delineati con minuzia dentro e fuori, interessanti, discorsivi naturalmente e presenti a sé stessi ed al lettore in tutta la loro naturalezza, incisivi e delineati in un’ottica di avvenimenti logica, inoppugnabile.
Tutta al femminile, donne sono infatti i principali personaggi di maggior spessore della storia.
Una narrazione redatta con rigore scientifico e letterale introspezione ipnotica, perciò resoconto pragmatico ma incantatore, un romanzo che è una droga, può risultare rasserenante e tranquillizzante quanto euforizzante e terribilmente dissennante.
Qui troviamo il nero e il bianco, incontriamo ad esempio insieme due vite agli opposti, parallele e divergenti, perciò assurdamente intrecciate tra loro, come Flavia Bianca Maria Bernardini Agnusdei, il cui nome è proporzionale alla sua dichiarazione dei redditi, e Ibrahim Taia, un rifiuto umano straniero in terra straniera, che dorme all’addiaccio in un angolo di un parco pubblico, rifugiandosi tra cartoni e misere coperte. Incredibilmente astemio, riscalda le sue membra anchilosate dal gelo, ed il cuore, il suo e quello dei lettori, coltivando l’amore per la poesia e la filosofia, perché per strada ci è finito trattandosi di un’anima bella, perciò inquieta…anima inquieta come quella descritta dal poeta Tagore.
“…Lo guardate e vedete un extracomunitario accattone, nessuno nota l’uomo, tantomeno innocente.”
La vita on the road e la poesia di Tagore, lo sfarzo e la miseria più desolata, l’abbandono e la prosperità, l’agiatezza e l’indigenza, tutto quanto ci offre Milano a chi sa vederla, soprattutto alle donne, ed insieme sa amarla, perché l’Amore è sentimento completo, si ama il tutto, non il parziale, come ben sanno soprattutto le donne.
Tutto è un banco di prova su cui ciascuno può misurare la propria umanità, la propria empatia nei confronti dell’altro, il proprio sentire, la misura della propria solidarietà e partecipazione nel consorzio umano, con risultati sorprendenti.
Claudia Maria Bertola è, prima di ogni altra cosa, a mio modesto parere, una donna innamorata di Milano, da qui discende che è un’acuta osservatrice della città e dei suoi abitanti: non ne fa cronaca, li riporta come sono, come vivono, come interagiscono luoghi e persone.
Scrive fatti non verosimili, ma reali, quelli che accadono comunemente: la città è grande e variegata, così sono i suoi abitanti, la scrittrice li osserva, li cura, li ascolta, li osserva senza farsi notare, poi la storia nasce da sé. Tutti quanti scorrono, ciascuno a suo modo, sotto il manto della “bela Madunina”, e tutti presentano le proprie coerenze e le antinomie, le consonanze e i controsensi, le corrispondenze e diseguaglianze: tutto forma Milano, e da Milano è formata.

Una Milano da bere, dunque, come descriveva certa pubblicità, perché bella, scintillante, accogliente ed opulenta; ma anche una città da digerire, certe cose che neanche si cura di nascondere e che chiunque può vedere, costituiscono una Milano tosta ed indigesta, serve uno stomaco forte per certi mattoni. Claudia Maria Bertola allora ci riporta la città con onestà, non in abiti dismessi, o panni usuali, o gran mise da prima alla Scala, glielo dice invece chiaro: vieni come sei.
Vale a dire, sei bellissima così, ti amerei comunque.
“…il cielo è coperto di nuvole – è tardi.
Vieni come sei; non indugiare a farti bella.”
Il successo del libro, il suo valore aggiunto, sta in questo, la passione evidente trasfusa nelle pagine dalla sua autrice. Specialmente, quando ritrae una Milano celata, nascosta agli sguardi, sotto una spessa coltre di neve, che continua a cadere. Manca poco al Natale, e in un parco giace il cadavere di una giovanissima e bella studentessa assassinata: a breve distanza da lei, un miserabile barbone privo di sensi e gonfio di alcool. Storie con epilogo tragico, si direbbe, purtroppo usuali, simili a tante altre analoghe: un improvviso incontro, mentre si fa jogging alle prime luci dell’alba, un tentativo di aggressione a scopo di libidine da parte di un disperato fuori di sé, l’inevitabile tragedia forse senza volere, ma tant’è, i fatti parlano da sé.
I fatti: i fatti il freddo li congela, li cristallizza, la neve non aiuta a vedere oltre un panorama bianco sporco, copre pure le tracce che possano indicare che le cose siano andate diversamente.
Esiste però sempre il contraltare: il freddo, la neve, così come cancellano, possono anche conservare intatti particolari rivelatori al momento del disgelo, o di una ricerca accurata.
I fatti sono provocati dalle persone, sono conseguenza del loro agire, serve sentire le persone, per indagare e scoprire come siano andate effettivamente le cose: le persone non basta sentirle, però, vanno ascoltate, che è cosa ben diversa.
Ascoltare è un ponte a due corsie: ricevi, e fai in modo di ricevere informazioni atte a ricostruire la dinamica esatta.
Per questo, la protagonista principale, Marina Novembre, l’investigatrice per caso nata già da una precedente fatica della Bertola, è una donna affascinante, giovane, intelligente, ma deve la sua fortuna soprattutto perché dotata di una qualità rara: sa costruire bene come pochi il ponte della comunicazione, ed in effetti non per caso, prima ancora di investigatrice dilettante poi ritiratasi in montagna, era quello il suo campo professionale, la comunicazione.
Sa ricevere le confidenze, il che significa raccogliere informazioni, ma sa anche suscitare il desiderio di fornirle, anche false o edulcorate, poi è la sua sensibilità di donna ad elaborarle secondo una logica tutta al femminile, perciò ferrea.
Marina Novembre eccelle in quello che fa soprattutto perché è una donna sensibile, forse appena un poco più di una normale sensibilità femminile, perciò è omniaccogliente, adattabile, versatile, flessibile, tutto ed il contrario di tutto, esattamente come Milano.
Marina ha il mare nel nome, che può essere azzurro come in un giorno solare, d’argento come al chiaro di luna gradito agli innamorati, placido e riflessivo, oppure impetuoso e in tempesta.
Novembre è il mese d’autunno per eccellenza, un rimescolamento di clima, non è più estate ma nemmeno ancora inverno, porta i colori con toni tenui e caldi, quelli della maturità. Mese e stagione che possono essere caldi, freddi, tiepidi, presentano una vetta imbiancata, o una giornata di sole, o un cielo uggioso o una pioggia torrenziale.
Marina Novembre è una donna compiuta, un mare in autunno, non è possibile non apprezzarla, per questo la invitiamo volentieri nelle nostre letture: vieni come sei.

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