Il silenzio assoluto non esiste; finanche nell’immensità degli spazi siderali o nel profondo delle fosse oceaniche, un suono di fondo persiste sempre; magari a malapena percepibile, se non impossibile da captare senza adeguati strumenti, ma esiste.

di Bruno Izzo

Esiste il suono, quindi, sempre e comunque: non può esserci la vita senza acqua, si sa, ma neanche senza suono. Un mondo silente è privo di vita, quindi di configurazione, il silenzio si comporta come un gas, non ha una propria forma, ma si espande occupando tutto lo spazio che lo contiene, assumendone il profilo.

In sintesi, il silenzio è amorfo, è necessario segnarlo, allora lo si incrina delineandolo con il suono.
Lo sanno bene gli insegnanti, tutti i maestri, a partire dai propri genitori: essi segnano il silenzio dei figli e dei discepoli dapprima con suoni, sillabe, lallazioni, poi con parole compiute, esatte, specifiche, infine nozioni, e così facendo traggono il meglio da ciascuno, cioè educano.
Lo fanno subito, dalla nascita, presto e intensivamente, perché è breve il tempo in cui la mente è particolarmente plastica e recettiva al massimo, il cervello è all’apice della forma nell’interpretare, abbinare, archiviare correttamente, infine memorizzare la pletora di input sensoriali di ogni genere che gli arrivano. Non solo, ma sono stimoli che arrivano ad ogni attimo di vita, sempre, non solo in stato di veglia ma finanche nel sonno.

Stimoli tattili, visivi, uditivi, che intrecciandosi realizzano il massimo delle connessioni neuronali, costituendo la rete dei neuroni di base, il substrato iniziale per lo sviluppo delle normali capacità intellettive.
Cosa accade se un qualche stimolo sensoriale, per esempio quello uditivo, un suono qualsiasi, non si riceve e di conseguenza non si imprime, scorre senza lasciare traccia, un segno della sua esistenza?
Non si realizzano adeguate connessioni tra neuroni, come a dire che un maratoneta inizia la corsa della vita con uno svantaggio notevole, un handicap difficile da recuperare, un ostacolo, un fossato da saltare avendo di costituzione un tono muscolare ridotto rispetto agli altri concorrenti, privo di adeguato training, con meno viveri, minori risorse, nessun supporto, quindi inevitabilmente sei destinato a soccombere, a restare indietro, staccato se non doppiato, spesso più volte.
Umiliante, quindi, e deprimente.
Imparare a sentire, e subito dopo a parlare, in estrema sintesi, è il primo passo per la vita, la comunicazione, lo scambio di informazioni tra il sé, gli altri, la corretta interazione con l’ambiente esterno, ed è un processo di imitazione.
Il bambino sente, e ripete, perché è nella sua natura imitare; dapprima mugola, poi balbetta, incespica, e pian piano dice, chiede, indica, chiama.
Il bambino che non sente per qualche ragione, ovviamente non ripete niente, non ha cosa imitare; allora l’istinto lo induce a valersi del canale sensoriale integro, quello visivo-gestuale.
Perciò vede, contempla, poi indica, puntualizza, comprende uso e funzioni, segna cosa indica.
Lo descrive a segni, non lo dice a parole, non si esprime oralmente, però comunque comunica, e bene anche, in maniera esauriente ed esaustiva, malgrado quanto si pensi.
Perché le cose, per essere comprese, vanno definite per nome; per comunicare, serve delineare la realtà con un adatto appellativo, solo così la si può determinare ed esplicitare, e quindi si può interagire con essa.
Un bambino udente delinea la realtà con i suoni, la chiama a voce, la possiede con l’oralismo, un bambino sordo profondo la delinea con i segni, traccia con le dita nell’aria le linee che riconducono alla realtà, la disegna, letteralmente comunica con le immagini.
Si dice che la parola è d’argento ed il silenzio è d’oro, ed è paradossale, ma se è vero, allora i segni sono di platino, dopotutto anche un udente può segnare.
Si badi, più spesso, almeno al giorno d’oggi, la lingua dei segni è solo un primo passo, si parte dai segni per arrivare alla parola. Nel sordo l’apparato fonatorio è integro, l’individuo non è affatto muto: con i segni mantiene inalterato lo sviluppo intellettivo, senza accumulare deficit irrecuperabili; avendo poi acquisito con l’intelligenza anche la consapevolezza dell’esistenza del mondo sonoro, che esiste anche se non ha i mezzi completi per gestirlo, opportunatamente riabilitato con protesi, logopedia ed altro giunge facilmente al bilinguismo, si esprime cioè efficacemente sia a segni con la LIS, la lingua italiana dei segni, sia oralmente come un udente.
Esattamente l’iter che ha compiuto chi scrive, sordo profondo alla nascita per cianosi da parto, oralista e segnante, che quindi un minimo di cognizione di causa di quanto sta dicendo dovrebbe averne.
Questo al giorno d’oggi. Oggi per un bambino sordo la pronta e corretta riabilitazione è un fatto, poi certamente l’efficacia completa risente di diversi parametri individuali, ma c’è da essere comunque più che ottimisti, qualunque sia la scelta riabilitativa utilizzata, l’uso di protesi, l’Impianto Cocleare, la logopedia, l’allenamento acustico, ecc. Questo accade di regola al giorno d’oggi, lo ripetiamo.
Una volta, nemmeno tanto tempo fa, non era affatto così.
Era una realtà assurda, drammatica, semplicemente paradossale.
Questo bel romanzo “La forma del silenzio” di Stefano Corbetta ci parla appunto di questo, racconta una storia il cui inizio risale ad altri tempi, neanche tanto lontani da oggi, quelli degli anni del boom economico in Italia, fino alla riforma della scuola del 1978, un tempo in cui essere un bambino sordo profondo era un problema, talora percepito come una tragedia, spesso per tutti ma incredibilmente non per il diretto interessato. Il quale placidamente segnava, con buona pace di quanti d’intorno.
Corbetta ci offre una storia che trae conseguenza da questo canovaccio iniziale per parlarci di ben altro che la sordità, ci intrattiene di solitudine, di sentimenti affettivi confusi, finanche di disperazione allorché gli udenti, loro sì, diventano sordi; non perché non sentono, ma perchè non sanno ascoltare, rinchiusi su se stessi e crogiolandosi nel loro egoismo di fondo, non prestano attenzione nemmeno ai richiami di un bambino, come dire che non sanno dare ascolto ai sentimenti altrui, distratti dai propri demoni o progetti di vita, comunque da altro, rinchiudono gli occhi ed il cuore ai richiami dell’empatia, e così facendo si condannano al silenzio, che è assenza di vita, non soltanto di suono.
Non comprendono che sentire non significa capire tutto.
Ostinandosi a credersi buoni e saggi, magari perché usi a regalare libri adatti ai propri bambini, per esempio il celebre “Il Piccolo Principe” di Antoine De Saint-Exupery, quello che riporta la famosa frase: “Si vede bene solo con il cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi.”. Loro però non vedono.
Peggio, non sentono neanche. Il classico non voler sentire, gli udenti sono sordi che sentono e non ascoltano. Corbetta non ci offre quindi un manuale di audiologia, nemmeno un giallo o un thriller, sia chiaro: l’autore propone una bella storia, scritta bene, molto descrittiva, delineando benissimo ambienti ed atmosfere, con stile, con un design tutto suo, efficace, fluido, scorrevole, che solo per caso ha a che fare con il silenzio e la sordità.
Non è un addetto ai lavori, è solo uno scrittore: e però è encomiabile perché si è preparato bene, sa bene di cosa sta scrivendo, si è informato con scrupolo e dedizione, soprattutto si è avvicinato al mondo silenzioso con rispetto, senza pregiudizi, in punta di piedi, e vi assicuro che non è dato a tutti gli udenti farlo altrettanto efficacemente.
Affermerei di più, direi che è un libro benemerito, da leggere e da far leggere a sordi e udenti; intendiamoci bene ancora una volta, non è un romanzo sulla sordità, tant’è che il protagonista della storia, il piccolo Leo, un bambino sordo di otto anni, di famiglia udente, è una presenza quasi sfumata, più che in primo piano.
Oserei direi piuttosto che è un libro sulla cecità: un racconto paradossale dell’ottusità umana, che insiste, si ostina, si impunta talora a pretendere a forza qualcosa da chi con tutta evidenza non ha né mezzi né requisiti per soddisfare la richiesta.
Ricredendosi solo dopo tanto tempo, con un corollario di pentimenti, di sensi di colpa, di scuse e ravvedimenti tardivi che lasciano il tempo che trovano.
Il romanzo inizia al tempo in cui un bambino sordo non poteva frequentare la normale scuola pubblica, la scuola con tanto di insegnante di supporto e con tutti gli ausili pedagogici disponibili oggi per il superamento della barriera alla comunicazione e la corretta integrazione sociale, ma veniva invece destinato alle “scuole dirette ai fini speciali per sordomuti”.
Cosiddette, perché pochi ne uscivano in grado di parlare correttamente la propria lingua, piuttosto si esprimevano con toni di voce gutturali, metallici, stonati, sgraziati, scorretti nella pronuncia e nella sintassi, per cui spesso per sottrarsi al dileggio dei coetanei normodotati si rifugiavano nel silenzio. Da qui muti, e la povertà di linguaggio peggiorava di pari passo alle inevitabili carenze scolastiche e culturali. Poiché la dottrina prevalente era assurdamente improntata all’oralismo, nella convinzione che parlare normalmente avrebbe facilitato l’integrazione del disabile nella società. Sicuramente.
Quello che la maggioranza linguistica dominante scioccamente non considerava minimamente, era che l’acquisizione del linguaggio presuppone l’integrità della ricezione sonora: assurdamente, si pretendeva coattivamente, certamente in buona fede, magari con affetto, cortesia, gentilezza, buone maniere, professionalità, senza abusi o crudeli mezzi coercitivi, che il bambino sordo imparasse ad esprimersi oralmente, se non proprio come un normodotato, quanto più vicino possibile.
Paradossalmente, come chiedere di vedere a chi non ha gli occhi: ugualmente, pretendere da un sordo di parlare solo perché possiede lingua, tonsille e laringe. Poiché l’istinto portava invece i piccoli a segnare, a disegnare con le mani con segni, convenzionali e convenzionati tra loro, la realtà, esprimendosi e comprendendosi efficacemente.
Tale prassi incredibilmente veniva fortemente scoraggiata, era un continuo riprendere il bambino che segnava, magari a fin di bene si arrivava a rimproverarlo per bloccargli le mani perché non segnasse in alcun modo, ma si sforzasse di parlare.
Leo è un bambino sordo di otto anni, la sua esistenza è scandita in famiglia dalle interazioni con il resto della famiglia, tutti udenti, il papà, la mamma, e la sorella maggiore, la quattordicenne Anna.
Il bambino comunica con loro con immagini; con segni, disegni, schizzi, tracce, tratteggi.
Con immagini, quindi con luce, con chiarezza, per poter vedere e quindi essere:
“…capì di esistere solo in funzione della luce. Senza luce, Leo non era niente.”
Quale sia il suo stato d’animo, la sua crescita, il suo percorso di vita in tale realtà lo dimostrano i soggetti dei suoi arabeschi, tratteggiati finanche sulle pareti di casa: fiori.
Leo però è costretto alla frequenza nella scuola per sordi: qui è obbligato alla parola.
“Così non è Leo, questa non è la sua voce.”
Un giorno Leo scompare. A nulla valgono le ricerche di famiglia e autorità, non viene ritrovato né il bambino ma nemmeno le sue spoglie mortali, in caso di infausta conclusione della scomparsa.
Leo è scomparso, inghiottito nel silenzio con il suo silenzio. Con tutte le conseguenze del caso per la sua famiglia, inevitabilmente segnata, e segnata a fondo.
“Il silenzio è buono, Leo. Ma il mondo è cattivo”.
Diciannove anni dopo ritroviamo Anna, a cui la scomparsa dell’adorato fratellino ha segnato l’esistenza, non solo nell’animo ma finanche nel progetto di vita, tant’è che è una psicologa di sostegno esperta nell’uso della LIS, lingua italiana dei segni, e quindi continua ad avere a che fare con sordi e problematiche della sordità, seppure in uno scenario di tempi moderni.
“…la Lingua dei Segni era permessa e i programmi scolastici erano stati adeguati secondo un’ottica più moderna.”
Quasi una rivalsa la sua nei confronti del destino che le ha sottratto il fratello, e con lui la pace e la serenità dell’intera famiglia.
Un giorno nel suo studio si presenta Michele, un giovane sordo che è stato un ex compagno della scuola per sordi di Leo, e rivela di sapere come e con chi Leo si allontanò l’ultima sera che fu visto.
“Era una notte di neve. Io e Leo eravamo davanti alla scuola. Poi arrivò un uomo e lo portò via.”
Da qui tutta una serie di eventi, che portano ad una amara verità: spesso, troppo spesso, gli uomini non mostrano empatia per i propri simili. La vita di ognuno di noi è come un blocco di argilla, da porre su un tornio e dargli forma con segni precisi, amorevoli, accurati, decisi e delicati insieme.
Se poi la forma non è quella giusta o quella desiderata, se una cottura errata incrina l’argilla screziandola, non è giusto, non è umano, non è etico porre una forma altrui sul tornio, e adattarla ai propri desideri. Crea un duplice danno, a sé stessi per non aver avuto fede, onestà e costanza nella propria forma, ed agli altri a cui è sottratto senza colpa il proprio manufatto.
“Non esiste una verità…esiste solo quello che manca. Il resto non lo vediamo.”
Stefano Corbetta tutto quanto lo racconta con discrezione, un sussurro discreto, rispettoso, attento alla sensibilità altrui: ne viene fuori una vera melodia, con una forma precisa, armonica, suadente.
Di gran valore: il silenzio, invece, non ne ha alcuno.

 

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