Effatà, un libro per aprire il cuore e la mente Lo Iacono: «Storia di colpa e redenzione»

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Simona Lo Iacono, magistrato responsabile della sezione di Avola, è l’autrice del volume che verrà presentato mercoledì a Motta Sant’Anastasia. La vita del piccolo Nino, ragazzino sordomuto, si incrocerà con quella dell’ultima vittima del progetto Aktion T4. Un folle piano, ideato da Adolf Hitler, per eliminare quelli che erano considerati «soggetti inutili». I bambini disabili. Guarda il booktrailer

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di Carmen Valisano

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Simona Lo Iacono

Effatà, in aramaico apriti, è la parola utilizzata da Gesù per guarire un sordomuto in una delle parabole raccolte nella Bibbia. L’antico termine è anche il titolo del libro di Simona Lo Iacono – magistrato, dirige la sezione di Avola, nel Siracusano – che verrà presentato mercoledì alle 18 al castello normanno di Motta Sant’Anastasia. Un volume – vincitore del premio Martoglio 2013 – che ha accompagnato anche un progetto parallelo, coinvolgendo studenti delle scuole superiori di Siracusa e Catania. La storia ha per protagonisti «due bambini che si muovono su due piani temporali diversi», premette l’autrice. Nino ha otto anni quando sbarca con la madre nella città aretusea degli Anni 50. Con lui c’è la madre, Dora Genesio, un’attrice impegnata in uno spettacolo di Nino Martoglio «che dice di essere una vedova di guerra». Il piccolo – descritto con una «mente brillante, molto intelligente» – è sordomuto e trova proprio sul palcoscenico un mezzo per comunicare. Esattamente nella buca del suggeritore, dove si muove un anziano uomo «con gli occhi velati dalla cataratta che sembra capire Nino meglio di qualsiasi altra persona». Attraverso lui il piccolo capisce di aver trovato «un ponte con il mondo».

Ma il romanzo ha una cornice storica che ha segnato la storia del dopoguerra, il sotto processo ai dottori nel processo di Norimberga, uno dei dodici procedimenti scattati per stabilire la verità dopo la caduta del regime nazista. Le accuse coinvolgono medici «che hanno condotto esperimenti e un progetto di eliminazione dei cosiddetti soggetti inutili, bambini disabili che secondo la visione di Adolf Hitler erano solo un peso per la nazione». Un programma di eugeneticadenominato Aktion T4 e condotto prima su piccoli da zero a tre anni, e poi anche sugli adolescenti. Vere e proprie torture, compiute inoculando batteri come lo streptococco e il tetano, o effettuando test sulle altitudini e la resistenza a bassissime temperature. Le vicende di Nino si incrociano con quelle dell’ultima vittima innocente del folle piano, un ragazzino sordomuto ebreo ucciso in Baviera quasi un mese dopo il suicidio di Hitler e la fine della guerra. «Queste due storie corrono parallele», spiega Lo Iacono. Ed è così che «colpa e redenzione si incrociano».

«Ho iniziato a scrivere il libro perché mi sono imbattuta in un caso di giurisdizione – racconta la scrittrice – Ho dovuto riprendere un manuale e ho riletto i verbali del processo di Norimberga». E prosegue: «L’impulso è nato dalla scoperta di quel materiale giuridico. Il volume è frutto di un lavoro di ricerca accurato, ha una documentazione storica». Ma l’indole del magistrato, la sua abitudine alla lettura delle carte processuali, si lega indissolubilmente a un sogno, «uno di quelli che lasciano scossi al risveglio», nel quale vede due bambini vestiti con abiti di foggia antica. E così, aprendo il cuore oltre che gli occhi e le orecchie a quelle sensazioni, nasce Effatà.

«Il libro ha girato tanto», racconta con soddisfazione Simona Lo Iacono che per l’occasione ha creato il progetto Leggere per ricordare. «Gli studenti hanno letto e reinterpretato Effatà», messo in scena anche dalla compagnia di pupari Vaccaro-Mauceri. «È stato bellissimo gironzolare per le scuole», confessa. Alla presentazione di mercoledì sarà letto uno dei racconti vincitore del premio collegato all’iniziativa lanciata dal magistrato, scritto dalla giovane Sofia Uccellatore e ispirato al personaggio della madre del piccolo Nino. Verrà anche proiettato un video sulla Shoah realizzato da una classe del liceo scientifico Enrico Fermi di Paternò. «È stata forse l’esperienza più bella che abbia mai fatto», conclude. «Questi ragazzi sono stati sorprendenti, molto più di quanto l’apparenza possa suggerire».

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