A Roma il Giappone di Koji Inoue

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Ottanta fotografie del maestro Koji Inoue (1919-1993) raccontano il Giappone degli anni Cinquanta e Sessanta nella rassegna a cura di Hajime Inoue, La memoria senza suono, ospitata dal 15 maggio al 25 giugno 2015, all’Istituto Giapponese di cultura.

ýýÏKasuga-Fukuoka1954-CustomGli scatti di Inoue, rigorosamente in bianco e nero sono, spesso, filtrati dallo sguardo di bambini, in grado di suscitare la duplice reazione del sorriso e della commozione. Parametro imprescindibile per l’artista, sordo, è poi il silenzio, capace di generare atmosfere emotivamente profonde. L’evento è arricchito dalla proiezione di Koji Inoue: Photographer Beyond Signs (1999, sottotitoli in italiano) di Brigitte Lemaine. Il documentario ripercorre la vita di Inoue e le diverse fasi del suo lavoro attraverso la storia della sua famiglia.

«L’espressione di chi guarda queste immagini – scrive Hisako Kuroiwa, in Oto no nai kioku (La memoria senza suono) – può essere colma di nostalgia, incapace di frenare il sorriso; oppure trattiene il pianto, vi si sofferma, si lascia coinvolgere completamente. Non sono foto fatte per stupire, non mostrano soggetti strani o inquietanti. Sono tutte scene di varie località del Giappone, così come erano appena sessanta anni fa. Immagini di vita urbana e umana ricche di suggestioni oltre le generazioni, i confini e le lingue. Rimettono in gioco ricordi dimenticati, smuovono gli animi. Le fotografie di Koji Inoue sono le sue parole, il suo spirito e dunque la sua vita».

«Koji Inoue – prosegue Kuroiwa – dall’età di tre anni, ha abitato un mondo senza suono. Il problema maggiore dei sordi è la difficoltà di comunicazione.

I sordi utilizzano tra loro la comunicazione visiva della lingua dei segni, ma la società usa la comunicazione verbale, che costituisce un muro per studio, carriera, vita quotidiana. Tuttavia, nel mondo della fotografia non esiste il suono. Tramite la vista, e non l’ascolto, si possono ottenere tutte le informazioni contenute; si lambisce l’ambito di cui i sordi sono padroni completi. Il fotografo individua il soggetto, vi concentra lo sguardo, coglie l’attimo definitivo e scatta. Il fotografo vede quello che non si vede solitamente. Vuol dire che non esiste l’handicap della parola e dell’udito. Vuol dire che il fatto di non sentire diventa un vantaggio. I bambini di Koji Inoue risplendono di vita, in anni in cui di questi bambini erano piene le strade delle città. Dove si trovano ora quei bambini? Nel comodo presente sono ancora felici?».

Vademecum.
• Roma, Istituto Giapponese di cultura, via Gramsci
• 15 maggio – 25 giugno 2015
• Orario. Lunedì – venerdì 9.00-12.30/13.30-18.30; mercoledì fino alle 17.30 sabato 9.30-13.00
• Ingresso libero

http://www.artemagazine.it

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