Da dieci anni l’inclusione possibile: a Mantova la trattoria gestita dai ragazzi disabili

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Pazienza se la tavola non è apparecchiata come vorrebbe il galateo. O se lo chef non può intrattenere i clienti svelando qualche trucco del suo menù. O se il cameriere non riesce a portare tre portate in una mano sola come certe regole di sala richiederebbero.

Perché la Trattoria Isidora di Mantova è un posto speciale, tanto che, tra un pizzico di orgoglio e qualche difficoltà, quest’anno compie dieci anni. Qui i dipendenti, compreso il giovane chef, sono tutti disabili: una decina di ragazzi e ragazze tra i 25 e i 35 anni con gravi deficit psico-intellettivi ognuno dei quali, però, ha un potenziale professionale enorme. Capacità che Monica Perugini, la fondatrice del ristorante, ha deciso di mettere alla prova: “Spesso a loro vengono offerti solo lavori come facchini nei supermercati o come addetti alle pulizie, mansioni meccaniche che io mi sono sempre rifiutata di considerare come l’unica opportunità. Da noi a Mantova c’è un centro d’eccellenza per la formazione professionale nel campo della ristorazione così mi sono detta: “tentiamo””.

Da Isidora lavorano una decina di ragazzi e la punta di diamante, lo chef, si chiama Michele De Lillo. “Sordomuto profondo, qui ha trovato lo spazio adatto per esprimere un talento che altrove non avrebbe potuto trasformare in una professione”, racconta Monica. Per i suoi piatti, figli della filosofia antispreco “non si butta via niente”, nel 2015 è stato premiato ad Expo, nell’ambito del concorso New talented italian chef for Expo 2015. Allora cucinò la rivisitazione di un fegato alla veneziana con bruschette di pane del giorno prima, peperoni e pomodori ripieni di carne macinata mista, oggi la sua specialità sono i primi piatti tipici mantovani: risotto con la salsiccia e agnoli mantovani in brodo di carne. Ma se la cava alla grande anche con l’arrosto di faraona e il cotechino. “Abbiamo trenta coperti circa, a pranzo siamo sempre pieni e copriamo due turni, la sera invece siamo aperti su prenotazione”

Oggi la Trattoria Isidora va a gonfie vele: situata nel piccolo quartiere di Borgo Angeli, è diventata un punto di riferimento per molti. Monica, un passato politico e da amministratrice tra Comune e Provincia, ora si dedica solo alla sua creatura, nata grazie ai fondi regionali che davano la possibilità ai disabili di dedicarsi alla micro imprenditorialità con l’aiuto di persone abili. Monica – insieme con i primi ragazzi formati alla scuola – ha iniziato dieci anni fa, con una piccola attività in un chiosco comunale: “Cucinavamo le trippe alla mantovana, cotechino e fagioli, piatti semplici. L’esperimento funzionò”. Tanto che il chiosco iniziò a stare stretto: “Non solo, scoprimmo che la struttura era stata costruita con l’amianto e la abbattemmo a nostre spese.

Poi, con l’aiuto delle famiglie di questi ragazzi, abbiamo edificato il nuovo locale a norma, e il Comune ci ha aiutato cambiando la destinazione d’uso dell’area che ci ospita permettendoci di godere di alcuni benefici fiscali rivolti a chi mette un servizio a disposizione della comunità. Siamo, infatti, non solo un ristorante ma anche un centro di aggregazione e mettiamo la nostra cucina a disposizione di altre associazioni o degli anziani cui spesso consegnamo i pasti”.

I dipendenti lavorano part time, come indica la legge 68 sulle categorie protette, e ognuno fa ciò che la sua disabilità gli consente. Non è semplice gestire un’attività simile, dal punto di vista economico e umano: “Abbiamo sì i nostri guadagni, ma avendo il doppio delle spese rispetto ad un’attività “normale” abbiamo il sostegno della Regione e della Fondazione CariVerona”. Le soddisfazioni sono tante perché “chi viene da noi viene per mangiare come in qualsisi altro ristorante”, ma anche le difficiltà non mancano: “Qualche cliente non torna più, qualche dipendente non ce la fa e a volte anche le famiglie non sono spronate a far lavorare i loro ragazzi”. Da qui, l’appello di Monica: “I disabili che lavorano perdono in parte l’assegno di invalidità e questo fa sì che molti rinuncino. Deve passare invece il concetto che non solo il lavoro è un potente veicolo di autostima e benessere, ma anche che queste persone hanno bisogno di mettere da parte qualcosa per il futuro, per quando non ci saranno più i loro genitori”.

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