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Bruno Izzo
Un quartiere popolare di Napoli

Il profumo del buon tempo antico – recensione del romanzo “Pane per i Bastardi di Pizzofalcone” di Maurizio De Giovanni

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Pubblicato: sabato 18. 3. 2017 alle 12:14
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“Pane per i Bastardi di Pizzofalcone” è l’ultimo romanzo di Maurizio De Giovanni, la cui popolarità come autore, e quella dei protagonisti seriali di alcuni suoi libri, poliziotti del commissariato di zona di un quartiere popolare di Napoli, ha di recente raggiunto un crescendo a diffusione nazionale, grazie alla fortunata trasposizione televisiva delle sue storie e dei suoi personaggi.

Bruno Izzo

 

Questi “Bastardi” sono funzionari di pubblica sicurezza di vari livelli gerarchici, dal commissario titolare all’ispettore più alto in grado, dai sovrintendenti agli agenti fino al piantone, più precisamente rappresentano nelle intenzioni gli “scarti” della polizia di stato, sono agenti che, a vario titolo, ma sempre a rigoroso scopo punitivo, sono stati trasferiti dagli altri commissariati sparsi per la città e destinati a Pizzofalcone, un quartiere centrale e popolare insieme, proprio perché questo gode di una pessima fama.

La scarsa considerazione, sia dai vertici della polizia sia dagli abitanti del quartiere, di cui gode questa sede risale a storie precedenti di corruzione e malversazione dei poliziotti primi titolari del commissariato, da qui l’appellativo “bastardi”, riferito sia ai poliziotti di allora sia a questi che li hanno sostituiti, con conseguente perdita di attendibilità delle persone e delle istituzioni che questi rappresentano. Il commissariato ha un che quindi di transitorio, è a rischio immediato di chiusura, sennonché i bastardi sostituti, messe da parte le pecche individuali e unitosi diciamo così in un sol uomo, fanno squadra, creano un gruppo efficace e hanno occasione di mostrare più volte di che pasta sono fatti, si comportano con serietà, onestà, acume investigativo, senso dello stato, dedizione e appartenenza al territorio restituendo gradualmente onore e affidabilità alla divisa e a tutto quanto di positivo essa rappresenta per la cittadinanza e per le gerarchie superiori.

In “Pane” i bastardi, ciascuno a suo modo, ma agendo con perfetto spirito di squadra, e diretti dal loro uomo più rappresentativo, l’ispettore Giuseppe Lojacono, indagano sull’omicidio di una figura popolare e singolare insieme, il fornaio Pasqualino, il panettiere del quartiere, colui che tramandando l’antica arte di “fare il buon pane come una volta”, così come il padre ed il nonno prima di lui, è una figura carismatica di Pizzofalcone, amato e ben conosciuto da tutti. Un uomo serio, probo, onesto, gran lavoratore, che malgrado ormai affermato piccolo imprenditore dei prodotti da forno, tuttavia si sveglia ancora nottetempo per recarsi al lavoro, tant’è che è definito “il Principe dell’alba”. Si tratta di un uomo umile, semplice, benvoluto da chiunque, privo di vizi o di misteri, senza alcuna doppia vita, dedito esclusivamente alla famiglia e al prediletto nipotino. Dotato anche di una precisa coscienza civica, tempo addietro, infatti, in virtù della sua profonda conoscenza di fatti e persone del quartiere, non aveva esitato a deporre come testimone oculare in un episodio d’intimidazione camorristica, anche se in seguito avevo ritrattato la propria deposizione.

Questo particolare induce quindi a ritenere l’episodio come una tardiva ma esemplare spedizione punitiva da parte della cosca camorristica interessata, al punto che l’inchiesta è rilevata dalla locale direzione distrettuale antimafia. Non esistono cioè movente alternativo o alcuno che potesse volercela altrimenti con l’onesto panettiere, letteralmente uomo buono come il pane. Dello stesso parere non è però Lojacono e i suoi uomini, i quali divergono dall’apparente evidenza dei fatti, e in competizione con gli altri ordini investigativi, dopo una serie di accurate indagini, pervengono al reale andamento dei fatti e all’arresto dell’assassino, con ciò conferendo nuova onorabilità al tanto vituperato commissariato e ai suoi funzionari. Quello che rende originale e gradevole la scrittura di De Giovanni, e di converso la lettura dei romanzi di questa serie, è stata la sua intuizione di puntare non tanto su un singolo eroe in grado di dipanare misteri ed assicurare i rei alla giustizia, come d’uso nei classici polizieschi, ma inquadrare come protagonista unica l’intera squadra investigativa.

Ne consegue che, sullo sfondo dell’indagine principale, che assorbe ovviamente l’attenzione di tutti gli effettivi, come fossero un sol uomo, ciascuno degli elementi della squadra segue, da solo o in coppia con un compagno, tutti gli altri fatti, delinquenziali o meno, di cui deve, esattamente come nella realtà, occuparsi un presidio territoriale di pubblica sicurezza. Con quest’artifizio De Giovanni ci racconta non una ma diverse storie, approfondisce non uno ma vari tipi caratteriali, ciascuno a sé stante, compie una ampia e articolata carrellata tra vizi e virtù dell’animo umano, contrappone tutto ed il contrario di tutto. Maurizio de Giovanni con un solo libro come questo suo “Pane” letteralmente sazia l’appetito dei suoi fan, riempie l’immaginario del lettore di più storie, affabula e incanta proprio perché, data la varietà dell’offerta, ognuno trova quanto maggiormente gli aggrada, l’azione, l’amore, il dramma, il sorriso, la malinconia per il tempo passato, il disagio per i crepuscolari tempi correnti. Soprattutto De Giovanni fa quello che gli riesce meglio, descrive i sentimenti dei suoi personaggi. Scava a fondo nel cuore degli uomini, ne tratteggia in sintesi il meglio e il peggio. De Giovanni non è un giallista sui generis, nei suoi libri l’azione delittuosa è un pretesto, un alibi, non di misteri o di gialli egli intende parlare, ma di ben altro, più adatto alla sua sensibilità artistica, più nelle sue corde.

Lo scrittore non si dilunga su guardie e ladri, ma ci incanta soffermandosi, con delicatezza, oserei dire con gentilezza e indulgenza, sulle persone, e di converso ci affascina descrivendo sapientemente, e cesellandoli con la scrittura, sentimenti, emozioni, passioni, amori, impulsi del cuore in positivo e in negativo. Parla quindi di noi, e a noi tutti. E con pari affetto filiale descrive lo scontroso ispettore siciliano diviso tra due amori con contorno di figlia adolescente, la poliziotta figlia di un padre militare integerrimo a cui non sa rivelare la propria omosessualità, il duro poliziotto manesco dal cuore d’oro che trepida per una piccola infante, e via via tutta la svariata umanità che dipana i propri modi esistenziali, il proprio sentire, sullo sfondo della città sentimentale per eccellenza, Napoli, in cui le apprensioni, le trepidazioni, i turbamenti del quotidiano si restringono nei vicoli della città ampliandosi poi nelle sue piazze, quasi un respiro sincrono tra la metropoli e i suoi abitanti. De Giovanni descrive con sapienza il cuore, sia della città sia dei suoi concittadini, perché lo ascolta, con dolcezza e tenera malinconia insieme, così come farebbe chiunque, ciascuno di noi, perdendosi dietro il ricordo di attimi felici della propria vita, rosolandosi al calore che sempre suscita il profumo delle gioie trascorse, nel buon tempo antico. Tradire quei ricordi, venir meno a certi valori, a certe tradizioni ferree, salde, universali, antiche e sempre nuove, questo è il vero delitto. Per questo piace Maurizio De Giovanni, non può non piacere a tanti, a molti, così come a tanti, ai più, piace il buon pane.

 

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