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L'intervista di Wired.it

Pedius, l’app che vuole far telefonare i sordi

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Pubblicato: giovedì 4. 7. 2013 alle 13:17
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Attraverso un algoritmo di text-to-speech, una startup italiana permetterà anche a chi non sente di comunicare con persone a distanza

di Silvio Gulizia

Far telefonare le persone sorde. È questo l’obiettivo di Lorenzo Di Ciaccio, 28enne startupper che ha lasciato il proprio lavoro per realizzare questo progetto. In realtà i sordi possono, o meglio potevano, già telefonare, grazie all’aiuto di una persona che riceve da loro le comunicazioni e le riporta a chi sta dall’altra parte del telefono. Si chiama servizio Ponte Telefonico. Questo però significa dover raccontare le proprie cose a un estraneo per dirle alla persona con cui il sordo vorrebbe comunicare. Inoltre il servizio, prima offerto dalle regioni, attualmente non è più in funzione, come hanno raccontato le Iene un anno fa. Proprio dopo aver visto il servizio in tv, Lorenzo ha deciso di cercare di capire se una soluzione fosse possibile. Ed è così che è nata Pedius, startup in cui oggi lavorano anche Stefano La Cesa, Alessandro Gaeta e Sara Del Vecchio, tutti con lo stesso obiettivo: risolvere il problema.

Lorenzo, fammi capire: tutto quindi è iniziato dopo aver visto un servizio in tv?

“Esattamente: nel maggio del 2012 ho iniziato a lavorarci e un mese dopo, quando ho capito che si poteva fare, mi sono licenziato. All’epoca lavoravo come consulente IT per una multinazionale. Oltre a essere obbligati a raccontare i fatti propri a un estraneo, con il servizio Ponte i sordi erano comunque costretti ad attese medie di otto minuti”.

Come ti è venuto in mente di provarci?

“Siccome lavoravo in quell’ambito ho pensato si potesse fare, ho fatto una ricerca e ho mandato una email all’Ente Nazionale Sordi, ma ho commesso l’errore di chiamarli sordomuti e non mi hanno mai risposto. All’inizio non sapevo se creare un servizio o un’ azienda, poi ho partecipato a InnovAction Campus, ho formato un team e ho capito come muovermi”.

Come funziona esattamente Pedius?

“Per il sordo è come chattare con un’altra persona. Il nostro algoritmo traduce in voce il contenuto del messaggio e lo legge alla persona che ascolta dall’altra parte, suggerendo correzioni quando sembra che possa esserci un errore. Noi chiamiamo l’altro telefono tramite VoIP e chi risponde non deve neppure avere l’app, basta che parli e Pedius traduce in testo le sue parole”.

Chi sono i vostri clienti?

“Da una parte le aziende che sono interessate a essere accessibili anche dai sordi e tramite la nostra app possono offrire una specie di numero verde. Dall’altra le persone sorde che vogliono chiamare senza restrizioni. A loro offriremo un abbonamento intorno ai dieci euro al mese per telefonate illimitate, sulla base dei feedback ricevuti durante la fase di test”.

Mmh… Quante aziende hanno interesse a offrire questo servizio?

“I sordi sono 60mila in tutto in Italia, ma nel mondo ce ne sono 70 milioni. Solo negli Stati Uniti ce ne sono 600 mila. In Cina sono 21 milioni. Noi siamo partiti da Roma, dove c’è una comunità di circa 3000 persone. Nel 2004 è stata varata una legge sull’accessibilità che però non prevede ancora sanzioni per chi non la rispetta, ma prima o poi diventerà obbligatorio offrire una forma di comunicazione alternativa al telefono”.

Qual è il vostro business model? Intendo, su chi puntate?

“All’inizio ci concentreremo sugli utenti e poi passeremo alle aziende. Ispirandoci a Skype abbiamo previsto un modello freemium con un tasso di conversione del 12 per cento”.

Non sarebbe un servizio da vendere alla pubblica amministrazione?

“Noi crediamo che gli utenti possano essere i principali clienti. Abbiamo fatto un test su un campione di cento utenti e tutti erano disposti a pagare il servizio”.

Quando è previsto il lancio? 

“Abbiamo in programma il rilascio della beta pubblica per Android a settembre”.

Quanto ci avete investito e quanto state cercando?

“Di tasca nostra ci abbiamo messo circa 20mila euro, più il nostro tempo. Ora stiamo cercando 70mila euro per partire in Italia, perché finora abbiamo utilizzato i nostri server. Per puntare al mercato internazionale ci serviranno altri 220mila euro. L’idea è validare il servizio qui e dall’anno prossimo portarlo all’estero, ma già funziona in inglese, spagnolo e italiano”.

Quelli sono gli obiettivi dell’azienda?

“Nel 2013 pensiamo di poter arrivare a tremila persone. Abbiamo un break even al secondo anno di esercizio con 20mila utenti. Per il terzo anno puntiamo a 60 mila utenti con un fatturato intorno al milione di euro”.

Chi sono i vostri competitor e perché Pedius sarebbe meglio?

“Più che competitor, ci sono servizi alternativi, come il servizio Ponte, che qualche regione sta riattivando parzialmente. Negli Stati Uniti le compagnie telefoniche hanno servizi simili. Noi però permettiamo al sordo di non dover raccontare le proprie cose a un intermediario, inoltre offriamo un servizio che può essere usato anche di notte e all’estero”.

In che modo siete in contatto con la comunità dei sordi?

“Nel servizio delle Iene era presente Gabriele Serpi, un sordo molto noto nella comunità. L’ho incontrato ed è diventato nostro advisor, oltre che un amico”.

Un ultima curiosità: perché avete chiamato il servizio Pedius?

“Viene da Quintus Pedius, nipote di un console omonimo. Nell’antica Roma era possibile uccidere i bambini che avevano problemi fino al quinto anno di età. Che un bambino non parlasse ci poteva stare, quindi i sordi sopravvivevano. Però finivano a fare per lo più lavori da schiavi. L’unico sordo di cui è nota la storia è questo Pedius, perché essendo figlio di un console non poteva fare lavori da schiavo e hanno provato a insegnargli la pittura”.

http://italianvalley.wired.it

 

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